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PAOLO BRENCELLA O…………
LA NOSTALGIA DEL FUTURO  Paolo Levi
Mostra
Le tavole di un fumetto sono passione per chi le “costruisce” con i suoi colori, segni e forme narrative o per chi ne fruisce captandone il messaggio fantasioso. Ma sono da considerarsi veri fenomeni artistici quando il pittore riesce a conglobare esecuzione tecnica con messaggio poetico. Si tratta di arte quando sono tavole di tensione figural-narrativa ( figlie degli incunaboli medioevali ) dove l’espressività del segno sostituisce degnamente la parola. Paolo Brencella, in effetti, è tutto questo. La bella mostra, per adulti e ragazzi, presentata da Riccardo Valla, porta alla ribalta gli “originali“ eseguiti per “Alter Alter“ e “Il Mago“. Brencella, vent’anni fa, era stato tenuto a battesimo da Oreste del Buono. Edifici, macchine del futuro, semidei contemporanei sono il repertorio di questo Fedro attuale. Ogni suo bel lavoro ha la sua giusta morale.
PAOLO BRENCELLA O…………
LA NOSTALGIA DEL FUTURO – Riccardo Valla
Brencella ha ormai eliminato tutto ciò che andava al di là della figura e ha raggiunto un’innocenza pittorica aliena da qualsiasi sovrapposizione accademica. Alle strutture chiuse della composizione tradizionale sostituisce la tensione fra più centri di equilibrio, alla “storia” dell’elemento raffigurato i momenti isolati nel tempo e privi di testimoni. Tensioni e assenze che , unite alla natura delle figure – in genere i soliti oggetti anonimi della produzione di massa – hanno un effetto perturbante trans-pittorico, che agisce sull’osservatore allo stesso modo di quello della foto d’arte.
Curioso dunque che questo filosofo Zen della pittura così lontano dalle passioni, questo praticante dello shibumi – l’essere senza parere, il sapere senza ostentare, l’agire senza concedersi alle banali emozioni – abbia un passato tra i più passionali che si possano concepire: le tavole dei suoi “fumetti”, dipinte intorno all’anno 1980. Ma fu vero fumetto? A testimoniarlo starebbe il fatto che le tavole sono state pubblicate su riviste come AlterAlter e Il Mago e che comprendono anche vere e proprie comic stories disegnate a partire da una sceneggiatura – come l’omaggio a P.K. Dick La ribellione – ma nelle tavole più antiche del loro autore, come L’erba del vicino, i dialoghi sono ridotti al minimo o sono costituiti di “frasi fatte” che strizzano l’occhio al lettore e la drammaticità è esclusivamente affidata alla pittura, non al parlato.
Il canone del fumetto viene poi trasgredito ad ogni occasione, variando cornici impaginazione e tavolozza, e in realtà è solo la scusa per indulgere a quelli che per l’ascetico Brencella di oggi sono i vizi e i difetti dell’umano troppo umano: dal narrativismo più spinto (che spiega la facilità con cui sono anche trasformabili i fumetti) a una vera orgia di spunti sensuali che vanno dalla gioia di inventare nuove forme all’orgoglio di creare colori e illuminazioni impossibili, e soprattutto, eris architector in aeterno – il grande progetto missionario di recuperare all’arte le forme degli edifici e delle macchine, non più simboli di minaccia o di alienazione, ma a pieno diritto elementi del paesaggio.
Il senso complessivo che ne emerge è dunque quello di una pittura narrativa, ma in chiave di utopia più che vu o vecu; immagini che ci narrano utopicamente un nuovo rapporto con la macchina che concede ancora spazio all’imprevisto e all’avventura; e il sentimento che esprimono è una fonda nostalgia per le meraviglie che più meritano la nostra attenzione, ossia quelle che non abbiamo ancora conosciuto.
IL CONTRASTO E LA REALTA’  Silvia Casali
Acquerelli
Uno splendido portale medioevale, la facciata di un antico palazzo deturpati da insegne luminose o da centraline elettriche o da segnali stradali sistemati “dove serve”.
Immagini di tutti i giorni che noi, uomini del XX secolo, abbiamo imparato a sfrondare da tutti quegli elementi che testimoniano una realtà contemporanea legata al cosiddetto ilv
E ormai abituati come siamo a convivere con questi “oggetti“, quasi non li avvertiamo più, dimentichiamo la loro presenza.
A Paolo Brencella, invece, andare a scoprire questi accostamenti, evidenziandone spesso il contrasto.
E così il suo occhio attento è riuscito a cogliere alcuni particolari all’apparenza talmente consueti da passare ormai inosservati, ma in effetti fortemente anacronistici e contrastanti nelle loro essenze.
Partendo da realtà molto vicine a noi, un porticciolo siciliano, le coste del Marocco, un carrugio ligure, Brencella ha saputo fissare nei suoi acquerelli nei suoi acquerelli alcuni piccoli soggetti che necessariamente inducono a pensare.
Un’architettura araba, tipica nelle sue forme, sulla cui bianca facciata si staglia la rossa pubblicità della Coca Cola (logicamente scritta in arabo), dove la piacevole armonia dei caratteri, testimone di una profonda cultura, viene a pubblicizzare uno dei prodotti più commerciali del nostro tempo.
Il porto di Pozzillo, nei pressi di Acireale, dove accanto alle policrome barche di pescatori dalla tipica prua rialzata, simbolo di una lunga tradizione marinara, campeggia un altrettanto colorato cartello segnaletico per chi intende praticare, surf, pesca, vela.
Si potrebbero definire questi lavori un contrasto fra il sacro ed il profano, fra la tradizione fortemente radicata nelle nostre civiltà ed i simboli del consumismo, della modernità vista nelle sue forme più “vistose“.
Quella di Paolo Brencella è una pittura immediata, che va dritta allo scopo, che parla con le immagini la sciando percepire chiaramente il messaggio, certamente non di denuncia o di protesta, ma più semplicemente di presa di coscienza di alcune realtà attuali.
C’è in questi lavori il piacere personale di scoprire alcuni angoli suggestivi e così la gioia di trasmetterli agli altri con scene piacevoli, colorate, decisamente vive in cui la figura umana è debitamente assente, implicita.
Del suo passaggio e della sua presenza ci si accorge guardandosi attorno.
LINEE, SEGNALI, STRUTTURE  Angelo Mistrangelo
Acquerelli
Il lampeggiare di un’insegna, la fuga degli abbaini di un palazzo seicentesco, gli oggetti del “Balon”, caratterizzano l’attuale momento espressivo di Paolo Brencella, concretizzano nei suoi acquerelli l’indagine intorno a una Torino colta con limpida rispondenza figurale.
È, la sua, una vista attraverso una una ben precisa successione di frammenti d’immagine, di luoghi sorpresi dall’incalzare dell’ombra, di tettoie e tende e palizzate ricoperte dai manifesti di una pubblicità incalzante, incombente, decisiva per una nuova dimensione della società.
Manifesti che suggeriscono solari villeggiature e sorrisi su volti di modelle nello spazio di piazze che si aprono su un mondo raccolto, dove ancora sopravvivono le lacerazioni inferte dalla seconda guerra mondiale e, soprattutto, s’insinua fra le strutture architettoniche la particolare “grafia ”,un vero e proprio ideogramma, delle insegne che richiamano l’attenzione sulle lenti “ Persol “ o su un negozio d’abiti.
La loro presenza determina una diversa visione del paesaggio urbano e si misurano con le volute barocche, con la facciata di Palazzo Reale e con i portici di via Po, con la Cappella del Guarini e il Duomo di Piazza San Giovanni.
Si deve convenire che Brencella rivela attraverso queste “tavole” il senso profondo di un’architettura vissuta e interpretata, di una continua scoperta di antichi cortili e finestre su vicoli bui, di Piazza San Carlo con la pubblicità della “Cinzano“ che diviene messaggio amplificato come gli altoparlanti situati sui pali della luce.
Ogni particolare, ogni segnale stradale, ogni accensione dei rossi e dei gialli nel tessuto della composizione, concorre a delineare la sottile denuncia dell’artista, il suo dichiarato amore per l’esperienza di Filippo Juvarra, la testimonianza di un recupero d’ambiente che è sempre e comunque analisi conoscitiva intorno ai segni della civiltà tecnologica, alle scritte graffite sui marmi di piazza C.L.N., all’intreccio dei fili elettrici che nascondono o, meglio, si sovrappongono alla Basilica Mauriziana.
Vi è in questi acquerelli la memoria del tempo, vi è il clima nebbioso dell’autunno ai murazzi, vi è via IV Marzo e Superga fra gli imponenti gasometri, vi è Porta Palazzo con le cassette della verdura, il monumento di Giulio Cesare e le Porte Palatine e poi il Palazzo del Lanfranchi, il Faro della Vittoria che svetta sulla collina in diretta concorrenza con le antenne delle stazioni televisive.
Brencella ha fissato tutto questo con tecnica misurata, sensibile al variare della luce, capace di rinnovare il fascino di una Torino rivisitata, segnata dalla pubblicità, dal rumore e dai gas di scarico delle automobili, ma, al di là di tali considerazioni, i suoi acquerelli offrono l’inconfondibile incanto del colore che si stempera sulla carta. Un colore che a volte è trattato con poetica risoluzione d’insieme, mentre in altri “pezzi“ appare più controllato, racchiuso dalla ferrea disposizione della linea.
Pittura risolta, quindi, tra limpido realismo e una sorta di interiore rivelazione del mondo che ci circonda, tra la vibrazione di un’intuizione e la magia del segno che si fa immagine.
OMAHA ON MY MIND  Giuseppe Raimondi
Acquerelli
C’è un senso di attesa in questi acquerelli di Paolo Brencella.
E’ un’attesa fatta di spazi solcati da lettere che proseguono in un fraseggio misterioso la cui comunicazione è interrotta come l’elevazione di una scala che non si sa dove porti, o da una automobilina sul davanzale di una finestra anch’essa in attesa di essere ripresa per solcare i sogni di un bimbo, come le automobili dei grandi solcano il paesaggio nevato che si vede all’esterno. O ancora l’attesa di un incontro nel cielo tra un aquilone e un apparecchio a reazione che, come due rette parallele, si spera si troveranno all’infinito e si riposeranno dopo tanto rincorrersi.
C’è un senso di speranza in questi acquerelli di Paolo Brencella.
È una speranza in un’America, in questo caso Omaha, città del Nebraska, ove Brencella è vissuto per un anno, girando fra le distese di granoturco con i suoi tramonti, ma anche osservando lo squallore della sua periferia (non più squallida o più poetica delle periferie pasoliniane) o l’ipertecnologia emanata dalla forza aerea militare americana che ha in questa città la sua più importante base strategica.
C’è maestria in questi acquerelli di Paolo Brencella.
È la maestria di chi domina la tecnica difficile dell’acquerello, senza però cadere nello stucchevole virtuosismo che l’iperealismo americano o giapponese ci comunica. Sarà perché in questi quadri il mezzo non diventa fine, non ci sono cromi o riflessi da far risaltare con l’aerografo, ma piuttosto un uso ambiguo del realismo prospettico che mette in crisi la sicurezza della visione.
C’è poesia in questi acquerelli di Paolo Brencella.
È la poesia dell’artista che sa recuperare la memoria delle ambasce quotidiane che colpiscono ogni individuo e se ne fa carico. Una poesia che ci viene trasmessa col dolore di un tentativo mancato da un esile tronco di diventare anch’esso fronzoso e adultro o da una freccia di un cartello segnaletico contraddittoriamente rivolta in due direzioni opposte come accade “any time“ nel gioco della vita.
TORINO E LA SUA LUCE  Gian Giorgio Massara
Acquerelli
La pittura di Paolo è accattivante sia che tratti i luoghi segreti di Torino, sia che si spinga nella lontana Omaha per raffigurarne il paesaggio sotto la neve oppure il complesso gioco di autostrade che s’incrociano, fra cielo e pianura, delimitate da pallidi profili urbani.
Paolo Brencella ama il particolare e mediante la tecnica dell’acquerello cattura luci, sensazioni, situazioni, velando di poesia i propri dipinti: così l’ingresso al ristorante Cambio oppure una finestra medioevale disegnata da Alfredo d’Andrade assumono il sapore di città antica rivissuta nella memoria con amore e forse nostalgia.
Il nostro pittore, che unitamente ad Angelica ricordiamo sui banchi del Liceo Artistico di Torino, opera altresì nel campo dell’architettura, per cui avverte il valore del monumento, ama bilanciare il dipinto fra passate citazioni (la cupola della mauriziana Basilica di via Milano) e l’attualità costituita da grovigli di fili che, a sera, illuminano il mercato, i tendoni coloratissimi delle bancarelle, la moderna segnaletica, un semaforo fermo sul verde; elementi tutti che convivono con storica realtà.
La magia della città ritorna nella bella veduta della contrada di San Filippo, con il palazzo Asinari di San Marzano (ora Carpano) dal cui balcone sventola un antico vessillo che arriva da lontano, dal Piemonte degli antenati.
I soggetti considerati da Brencella riguardano altresì il Palazzo Carignano sulla cui facciata si proietta l’ombra della vicina accademia delle Scienze, la piazza Carlina caratterizzata da una facciata “giallo Torino” oltre la quale, cristallina, s’eleva la guglia della mole, il palazzo Reale quando ancora non si proponeva con il candore attuale, la cupola guariniana della Santa Sindone protetta dai ponteggi sì da suggerire il profilo d’una costruzione orientale.
Un acquerello è dedicato al più povero dei cortili torinesi, dimenticato nell’inarrestabile susseguirsi degli eventi, che s’è come cristallizzato a memoria di genti e situazioni cancellate dalla nuova realtà che, piaccia o no, abbraccia ormai la nostra città.
Passato e presente, ricordi di uomini o sogni infranti, convivono nel dipinto che s’ispira Al Balon , una sorta surreale scenografica nella quale s’impone una statua bronzea; oltre, rivivono i più disparati oggetti, belli o brutti, significativi o inutili, come se facessero parte d’una recita che all’improvviso s’è interrotta.
A Paolo e alla sua nuova galleria d’arte, situata in uno dei quartieri della città dalle contraddittorie situazioni, affettuosamente auguriamo il successo che merita; sarà piacevole ammirare quegli acquerelli che Angelo Mistrangelo definisce luoghi sorpresi dall’incalzare dell’ombra … dipinti con un colore trattato con poetica risoluzione.
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